Il mio viaggio più bello

I am a part of all that I have met;
Yet all experience is an arch wherethro’
Gleams that untravell’d world, whose margin fades
For ever and for ever when I move.
Lord Alfred Tennyson

 

Quello che segue è un traccia da me svolta all’età di diciotto anni: “Il mio viaggio più bello”. È curioso ritrovare questo testo a dieci anni di distanza, dal momento che mi è possibile riconoscervi i semi di una riflessione ancora in atto, a tutt’oggi inappagata come la sete di conoscenza e di cammino. Questo sito ne è la riprova. 

Il mio viaggio più bello.

Il mio viaggio più bello inizia poco meno di diciotto anni fa. Il perché io abbia scelto la vita come oggetto di questo breve scritto è da ricercarsi probabilmente in un innato senso di rispetto e sincero amore per l’esistenza umana. Quest’ultimo è da sempre presente in me sotto la coltre di cinismo e disillusione che mi contraddistingue, che non ha mai però spento la mia capacità di sognare, né mai lo farà. Per quanto possa sembrare banale, la vita è alla base di ogni cosa ci sia concessa percepire o concepire. Senza questo soffio vitale, questo πνεύμα in noi, il viaggio della vita, che in molti non intendono come dono irripetibile bensì come un qualsiasi oggetto degno di non più di quella attenzione necessaria per non perderlo (e a volte neanche di quella), non solo non sarebbe possibile, ma non ci sarebbe indubbiamente nessuno qui a scrivere e a testimoniarne l’irripetibilità. La vita è l’assunzione-base dell’intera esperienza. In effetti, la vita è esperienza, volendo definirla così nel puro senso biologico di ‘spazio di tempo compreso tra la vita e la morte’. Si può quindi pensare la vita come il viaggio primo dell’uomo.

Ciò che ci permette di avvicinare semanticamente il concetto di vita al concetto di viaggio è, a mio avviso, il fatto che qualsiasi viaggio implica movimento, novità, sbilanciamento della nostra sfera razionale ed emotiva: ciò accade ogniqualvolta usciamo dal ‘guscio’ fisico o psicologico in cui siamo costretti – o ci costringiamo, con l’intenzione di percorrere itinerari nuovi. Fin dalla nascita qualcosa che amo definire come un ‘senso di meraviglia’ caratterizza il nostro percorso in rapporto al mondo circostante e, in egual misura, ai nostri simili.  Ed è anche degno di meraviglia il fatto che durante questo viaggio riceviamo informazioni di ogni sorta e mai la nostra mente esaurisce l’elaborazione, la catalogazione e l’organizzazione di questi “dati” in un magma vivo ed infinitamente complesso: quel mondo singolo e irripetibile che differenzia ogni essere umano dall’altro.

Come già è stato fatto notare, la vera efficacia di questo viaggio non dipende dalla diversità che incontriamo, ma dall’estraniazione dal nostro io abituale: per divenire sinonimo di crescita, il viaggio astrattamente inteso richiede un radicale distacco da ogni cosa rassicurante, da ogni certezza, da ogni relazione quotidiana, da ogni abitudine. Smarrire il proprio io consolidato e ‘rinascere’. La filosofia cinese insegna che senza cambiamento il miglioramento non è che vana illusione. In occidente, Proust sentenzia: “un vero viaggio di scoperta non è cercare nuove terre ma avere nuovi occhi”, il che si potrebbe chiosare asserendo che quello che davvero importa in un viaggio non è tanto vedere cose nuove ma riuscire ad imparare a guardare ogni cosa in maniera differente. È dunque nella dimensione interiore ed inconscia che avviene essenzialmente questo viaggio inteso come ricerca esistenziale, della propria identità più vera a discapito di quella costruita ed inautentica con cui probabilmente ogni giorno dobbiamo fare i conti. Una catarsi dai propri vizi, dall’orgoglio, dalle debolezze, dai pregiudizi, per approdare in una nuova dimensione in cui è possibile astrarci da quanto ci preclude una visione seriamente e serenamente oggettiva di ciò che ci circonda.

Questo rende immortali miti come quello di Ulisse, ad esempio, e ne rende possibile la ripresa e la reinterpretazione virtualmente ad infinitum: da Goëthe, a Madame de Staël, Melville, Thomas Mann, Roth, Canetti, Blixen, Celine, Saint Exupery, Tournier, Hemingway, Kavafis, Joice, Sterne, Moravia, Foscolo, Steinbeck. Arthur Rimbaud nel suo ‘Battello ebbro’ ripropone una metafora del viaggio come frattura, totale allontanamento da ciò che è noto; ma soprattutto come perdita di sensibilità, pieno abbandono alla tenue oscillazione delle acque, all’ondeggiamento, alla fluttuazione, che richiama una tutta originale forma di catarsi, quasi infantile. In conclusione, intendere la vita come viaggio irripetibile ci permette di trasfondere quanto detto a proposito del viaggio come ricerca esistenziale nella vita quotidiana e nella disposizione intellettuale con cui ci si dovrebbe accostare ad ogni novità. Fare di quest’ultima l’antidoto contro un’esistenza piatta e cieca, interrogarsi senza posa sulla validità universale delle proprie tesi, conoscere il proprio mondo interiore in misura tale da essere capaci di agire in armonia con esso, tendere ad un miglioramento mai inteso come traguardo definitivo: sono questi i punti cardine della mia breve riflessione sul senso del viaggio come metafora della vita.

Tommaso Ragonese

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